Una cantastorie dell'universo contadino


Non c’è alcun dubbio che Tina San concepisca il mondo come una dilatazione della campagna e di conseguenza la città come un grande villaggio contadino. Se non la conoscessi di persona, sarei portato a credere che non si tratta di un’italiana bensì di una naive polacca, e tutt’al più di una contadina di Vitebsk, che sull’esempio del grande Chagall sia stata indotta a mettersi a dipingere. E infatti, se non proprio "una sorellina di latte di Chagall" come fù Antonietta Raphael, ella ci appare come una diretta discendente del grande pittore russo, nonostante abbia saputo mettere a frutto la lezione del materismo informe e nel contempo travolgere col suo ingenuo sguardo popolar-fiabesco "valori selvaggi" di Dubuffet, assertere dell’art brut, di cui nelle opere della San qualcosa serpeggia.
Nella pittura di Tina San tutto promana incanto e il suo limpido, quanto genuino afflato narrativo sa farsi, pur tra l’immaginato sentore dl stallatico, alta decoraziene che da piacere agli occhi che se ne irnbevono. ll bambino di cui ciascuno di noi è figlio viene rievecato dalI’incantato mondo raffigurato nelle tele di Tina San per tornare a gioire in sintonia con le lievitazioni di un linguaggio che fu nostro e che ora ritroviamo portato a giusta maturazione dal pennello favoloso di questa creatrice di filastrecche pittoriche che qui si propone.
Come tutti gli spiriti candidi, anche lei è contraria a lasciare gli spazi vuoti. E il suo horror vacui, se non investe il versante del figurare, per esigenze di iconismo narrativo, non le fa risparrniare Ia superficie della tela che diviene cesi "campo" di un all over materico di profonde risonanze germinative.
Si diceva all' inizio che per Tina San l'universo è un sorta di Grande Campagna. E infatti le sue tele sono popolate di contadini e contadine, di animali diversi, ma per lo più galli (La cattura del gallo, 1985; Lfanciulla e il gallo, 1986; Fantasmi nella notte, 1986), e di alberi, alberi e poi sotto cui ci si riposa (Contadina a riposo sotto l'albero, 1987), su cui cu suìi arrampica (Fanciulla arrampicata sull'albero 1985), tra cui ci si perde (Fanciulla nel bosco, 1986), o che addirittura si fanno città (Lacittà albero, 1985). Insomma è attraverso l'albero che si arriva alla città nelle fiabe dipinte di Tina San.
E la città non può che essere quella di un "C'era una volta" personalissimo che la trasfigura in una sorta di ideale utopico topos dellìimmaginario contadino, così fortemente intriso di onirismo da far apparire del tutto naturale l'imbattersi in essa nei leoni (Il leoncino e Ia città del sogno, 1987; La marcia del Ieoncine, 1987), stravolgendo cesi I'antico avvertimento, posto sulle carte geografiche antiche; Hic sunt Ieones.
Ma la citta, oltre che albero e luogo del sogno, è anche futuro (La città del futuro, 1985), un futuro ovviamente ancora tutto contadino, tant’è vero che Tina cencepisce la sua citta futura come una vecchia fattoria non molto dissimile da quella della nota canzone. L’ottica di Tina San è così imbevuta di sostrati campagnoli che anche i Grattacieli (1985) sono visti come cuspidi di chiese contadine, imparentate curiosamente alla Tour Eiffel, sui cui fianchi si può tranquillamente camminare e ineripicarsi.
Del resto neIl’universo di Tina San e previsto pure Il volo sulla citta (1986), purchè il veicolo nen sia un aereoplano. lnfatti nel favoleso mondo di Tina San se si vuol volare, si può solo in groppa ad un gallo.
Da cantastorie dell’universo contadino Tina riduce I’iconosfera ai minimi termini. Così gli uomini regrediscono alla Ioro condizione fetale (I pellegrini, 1985), così le immagini sacre in un empito di amor folcloric diventano bambole decoratissime (ll Santo dei Miracoli, 1985; Madonna tra gli angeli, 1986), così le grandi figure della storia vengono ridotte a gnomi (Napoleone, 1986).
Si consideri la serie di opere che và da I pellegrini a Napoleone e ci si avvedrà che essa costituisce un percorso di coerentissima filogenesi creativa, davvero strabiliante, e soprattutto perchè spontanea e non programmata.
E’ facendo attenzione agli spostamenti espressivi, determinatisi negli ultimi tre anni, che si può cogliere come l' impostaziene del suo figurare si sia via via dilatato, passando da una piu puntigliosa definizione dei dettagli ad una corsività esecutiva di maggior allusività. Ma nonostante questi scarti interni al discorso, Ie forme predilette da Tina San rimangono quelle avvolgenti, curve e sinuose che riasserbono nel magma delle alte paste pittoriche quei particolari aguzzi che sembravano voler mimare le creste dei galli in I pellegrini. ln realta, sia le forme avvolgenti che il cospicuo materismo della pittura di Tina San dichiarano a piene lettere una dimensiene organica di forti risvolti psicologici, quasi la pittrice sentisse che le sue figure nascono direttamente dai labirinti delle sue viscere, anzichè dalla sua testa. E certo anche per questo sono ricche di materie dense, ben orchestrate e condite di tocchi, elementi, segni e colori da alta cucina pittorica, nella quale sempre si avverte, pur nell’esuberanza di un immaginarie liberato, il profondo e forse ancestrale attaccamente alla terra.

Giorgio Di Genova 1988

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Il "passeritte" abruzzese è più del passero. Il dialetto del termine contiene non solo la designazione dell’uccello ma il suo frullo d’ali, il secco saltellio, il suono del suo richiamo. Così col dialetto pittorico Tina parla di fiori e di erbe, di animali, di uccelli, di giuochi, delle vicende del borgo, di giomate e di nottate, del sole e della luna, del cielo, e tutte le immagini ricevono l’accrescitivo semantico dialettale, con l’incanto delle cose viste per la prima volta, il godimento puro, l’estasi attiva simile, forse, a quello che prova il contadimo ad ogni primavera col, rigenerarsi dei campi che ha coltivato.

Renzo Margonari

 

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Tina San possiede quella dote di felice abbandono al dipingere senza "regola", che costituisce l’energia primaria dell’autentico artista naif. I suoi quadri sono arazzi primitivi, decorazioni popolate di minuscole, magiche creature, di soli, di lune, di erbe, di fiori, di strani riti agresti. Il suo è un mondo gentilmente selvatico, dove la vitalità nasce dal colore e da una figurazione brulicante, fertile, decorativa e dinamica. Di questa insolita grazia tenera e pungente insieme, vivono le sue tele. In tutta la cultura contadina si dispiega una viva immaginazione che è favola, mito, ardore mitico, visionarietà. Non è a queste stesse fonti che s’è abbeverato il movimento cobra ?

Mario De Micheli Milano, 1988

 


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A Tina San

creature prelunari, sacerdotesse
arcaiche, ritmiche e solari
intorno al Cosmo d'erba, dio delle acque,
sovrano delle e Erbe.
Mansuete sfingi delle carte da gioco,
ninfe sognate, gallesse del tempio
dove l'Umidità è gloria precaria,
regine d'aria catturata, elettronde magnetiche,
magnifiche comete da tappeto,
Paltrone di villaggi coi vivi e coi morti
uniti nelle domeniche dei riti,
muse dei conigli, erinni sposo d'una
catalessi alcoolica, mogli di violinisti,
cugine delle mammole,
apparizioni sconosciute ma riapparse
lungo la metafisica da "promenade"
campagnola, ai crocicchi dove, senza pudori,
esercitano il loro rozzo sadismo
verso chi ha le ombre per compagnia
e una notte di delirio.

Vito Riviello
Frascati, Aprile 1981

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Per Tina San

Tracciavi ai confini del mondo
Il respiro dell'immaginario
Nuvole di segni e arcaiche magie
Angeli di terra e Madonne colorate

Sinuose creature d'erba e di sogno
Acrobati e sacerdotesse, madri e rinascite
Nascoste tra i silenzi dell'infinito

Donato Di Poce
Sora/Alatri, 7-8-2005

 

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I fantasmi che Tina evoca concretamente iscrivendoli nella propria densa e materica pittura sono si riferibili al mondo sociale che la circonda in quel contrapporsi di eredità agraria e di proiezione industriale che da qualche decennio si dibatte nell’area frusinate e, come sono riferibile all’incombente natura anche selvaggia (che una certa pittura "colta" proprio in quei luoghi aveva negli anni Sessanta letto meccanizzata, in suggestioni legeriane), ma in realtà significano attraverso la personalissima connotazione evocativa che ne fa presenze sintomatiche di un viaggio attraverso la propria psiche in una sopravvenienza di permanenze di ricordi d’infanzia. Cosl Tina costruisce per sé anzitutto il proprio perduto, estremamente drammatico "paradiso terrestre".

Enrico Crispolti Roma, 1988

 

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...le fanciullesche architetture che Tina San continua ad annodare come nenie incontrollate e incontrollabili che gonfiano il piano e lo sguardo; la riflessione ed il ripensamento che sposano inverosimilmente le tracce di presagi giovanili...

Rocco Zani
da "Il Tempo" 09/04/2010

 

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"Caro Donato tu sei veramente riuscito a leggermi dentro e a capire che in tutti i miei quadri io cerco di ricostruire la mia infanzia", con queste parole della stessa artista voglio evidenziare ancora nelle ultime tele, tre presenze esemplari la zingara, il sole, i bambini e due simboli chiave come gli obelischi e il sole. Gli obelischi, due opere eseguite in omaggio e citazione della recente restituzione da parte dell’Italia dell’obelisco a suo tempo trafugato agli Etiopi, raccontano storie umane e rimandano sia alla colonna di Traiano che alle palme di Schifano (alla faccia della sua presunta ispirazione incontaminata e assenza di conoscenza e coscienza della storia dell’arte). E si noti in particolare nell’opera "Obelisco 2 - cm. l00x70) che i frutti delle palme sono il sole, simbolo di luce e di rinascita e presenza ossessiva nei suoi quadri almeno a partire dagli anni ‘80. E il sole vediamo che campeggia e irradia la sua energia sia nel quadro "La zingara, cm. 130 x 150" che in “Primavera, cm. 150x170" dove compaiono anche due bellissimi asini volanti che rimandano(insieme agli altri animali presenti nelle sue tele come i galli e i serpenti) sia al mondo onirico, nostalgico e fluttuante di Chagall, sia al bestiario favolistico e incantato di Franz Marc. Ultima segnalazione, ma forse la piu importante sia dal punto di vista estetico che poetico, e da fare per le sue figure di bambine (un vero io-replicante e ossessivo incastonato in una preghiera liturgica che diventa una catarsi inconscia dell’infanzia povera e semplice e della solitudine vissuta nel suo remoto universo contadino Abruzzese).

Donato Di Poce, 2006

E' molto difficile,
ma bisogna provarci.
La parole PACE, altrimenti,
e soltanto l'anagramma di Ecap:
una parole senza senso;
suono, che come l’eco,
si spegne per attrito nel Vento;
come per attrito si spegne il Vento
dentro la foresta.



 

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